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L'Amica Geniale di Elena Ferrante: Lila, la libertà di sparire per sempre

La recensione che state per leggere è dedicata al personaggio di Lila, protagonista de "L’amica geniale”, la quadrilogia di fama internazionale firmata Elena Ferrante. L’identità dell’autrice è da sempre un enigma per tutti i suoi lettori. Nulla si conosce del volto nascosto sotto lo pseudonimo che ha consegnato alle stampe successi come "L’amore molesto”, "I giorni dell’abbandono” e "La frantumaglia”.

Nel 2011 le Edizioni E/O pubblicano il primo volume della saga, "L’amica geniale”, storia di un’amicizia tra due bambine, Elena e Lila, e di un legame indissolubile vissuto dentro il rione napoletano. Il racconto di Elena e Lila, diventate ormai giovani donne, prosegue poi nel 2012 con "Storia del nuovo cognome”, per approdare l’anno successivo a "Storia di chi fugge e di chi resta”. Nel 2014 la Ferrante consegna infine l’ultimo capitolo della saga, "Storia della bambina perduta”, consacrando i quattro libri al successo internazionale. Letterario e non solo. Nei mesi scorsi hanno preso il via le riprese de "L’amica geniale”, serie televisiva Hbo-Rai diretta da Saverio Costanzo, prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango.

Arriviamo alla nostra recensione. La decisione di dare voce a un personaggio in particolare, Lila, nasce dalla volontà di far conoscere il profilo di una donna che, dopo un passato condizionato da una realtà oppressivamente maschile, decide di prendere in mano il presente che le è rimasto e fuggire, concedendo a se stessa, infine, il diritto a sparire per sempre.

 

Lila

"Voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni cellula; di lei non si doveva trovare più niente. E poiché la conosco bene, o almeno credo di conoscerla, do per scontato che abbia trovato il modo di non lasciare in questo mondo nemmeno un capello, da nessuna parte.”

L’Amica Geniale si apre con la fuga di una donna che ha deciso di far perdere ogni traccia di sé. Di un passato che non le è mai appartenuto, amaro, crudo e vivido come il rione napoletano nel quale ha vissuto.

Ma Elena, scrittrice ormai alle porte della vecchiaia, non accetta ancora di veder dissolvere i contorni della sua vecchia amica Lila e decide così di scrivere di lei e di quel legame forte, a volte scomodo e ingombrante, autentico fil rouge della loro vita.

Dai giochi con le bambole, le scappatelle al mare e quel percorso che divide e poi ricongiunge le loro strade, le due donne continuano a pensarsi l’una lo specchio dell’altra, il riflesso di ciò che sarebbero potute essere e l’immagine che gli eventi e il caso hanno invece restituito.

 "Ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra”

Elena è timida, insicura e razionale. Lila è l’intelligenza brillante, il guizzo, la creatività. Entrambe sono nate nel rione ma sognano un’esistenza diversa, lontana da lì, dalla miseria e dalle rigide regole imposte da una realtà estremamente patriarcale.

Lila capirà ben presto che il suo progetto di riscatto faticherà a vedere la luce. Nella famiglia di un calzolaio non ci sono i soldi per far studiare un figlio, figuriamoci una femmina. Poco conteranno le spiccate capacità di Lila e la sua determinazione. È solo una bambina quando suo padre, in uno scatto d’ira, la fa volare giù dalla finestra, fratturandole un braccio. L’incidente domestico lascerà ferite ben più profonde, l’amara consapevolezza di non riuscire ad accettare il proprio destino.

Perché allora non proiettare tutte le sue speranze su Elena, quella che Lila ha deciso sarebbe stata la sua "amica geniale”?

"Tu sei la mia amica geniale. Devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”

Così vede Elena studiare, allontanarsi dal rione, conoscere il mondo fuori da quei confini fino a quel momento solo immaginati e conquistare l’ammissione alla Normale di Pisa, diventando la scrittrice che Lila avrebbe voluto essere. La sprona a cercare quel futuro sognato e distante che lei non potrà mai vivere.

La libertà che la sua Elena ha conquistato fuori da quella oppressiva periferia pesa, e si fa ancora più opprimente dopo il matrimonio con Stefano. Lui, il figlio di Don Achille, che sembrava così diverso dall’orco strozzino che era stato suo padre, si mostra anch’egli una debole vittima del rione, e la prima notte di nozze prende Lila con violenza, perché l’uomo doveva essere uomo e tanto "le cose storte si raddrizzano”.

Lila, ferita nel corpo e nell’anima da una realtà che troppe volte sa spiegarsi solo con la violenza, fa dei propri lividi una corazza di impeto e determinazione. Si getta a capofitto in ogni causa e progetto, e a modo suo riesce a costruire una propria identità.

È nell’eterno confronto con Elena che Lila troverà sempre la forza di scavalcare i limiti invisibili del rione, imparando di nascosto a scrivere, a leggere, a far di conto e a lottare per i propri diritti. La spinta all’autoaffermazione sarà sempre più forte di ogni volta in cui ha dovuto piegare la testa verso il basso.

Lila, come donna, ha sognato spesso di sparire. Di "smarginare”. Di smettere di essere, pur di non essere oggetto. Forse, nei momenti più disperati, ha tenuto fede a una promessa segreta che aveva fatto a se stessa. Quella di fuggire per sempre. E ora, alle porte della vecchiaia, ha finalmente avuto il suo riscatto, il bene più prezioso: la libertà di esistere, lontano da lì. 

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